Human Technopole: un articolo del rettore lo aspettavo, ma non questo

L’articolo del Rettore sul Corriere della Sera – un articolo del rettore lo aspettavo, speravo che il rettore prima o poi lo scrivesse – non è per me una richiesta forte.
Non trovo forte che il rettore di un ateneo cerchi spazio sui mass media e scriva che anche il suo ateneo dovrebbe essere al tavolo di Technopole. Che abbiamo indicatori che lo testimoniano. Che se fossimo più svincolati dalla pubblica amministrazione saremmo bravi come Cingolani.
Avrei trovato forti altre parole che speravo di leggere, ma che non sono state scritte. Di un rettore che parla ai lettori e non ad altri. Che dice ai cittadini che queste operazioni non funzionano da nessuna parte del mondo su un contesto accademico depauperato e denervato (se no hanno uno scopo omicida), che non possono essere una gara a chi ha le entrature più profonde nel partito di maggioranza, a chi si rimangia meglio l’analisi dei problemi di fondo del sistema e i rischi insiti della scelta di governo.

Problemi che erano stati evidenziati anche da chi è già seduto al tavolo perché sono reali e non devono essere persi di vista ma continuare ad essere presi sul serio. Io mi aspettavo che il rettore scrivesse che l’intero sistema accademico (il suo declino o il suo sviluppo) e’ nella responsabilità del governo. Poteva entrare retoricamente sul punto di Pavia: un governo che non si accorge e non si interessa di avere conoscenze di ricerca a pochi chilometri come fa ad accorgersi che ne ha a Bari (si veda articolo di Roars)? Non è accettabile questa incuranza.

Ecco, questa per me – per via di esemplificazione – sarebbe stata una posizione pubblica forte. Quella che ho letto e’ invece ai miei occhi debole. Sarà sufficiente a ottenere la partecipazione di Pavia a Technopole? Mi pare che per alcuni la differenza di significato tra una posizione pubblica forte o una debole sta ne raggiungimento di quell’obbiettivo, o meglio nella tensione verbale verso quell’obbiettivo. Io penso che non vedere la debolezza del dibattito pubblico in materia, la debolezza della statura del contributo dei docenti universitari e dei rettori su questi temi e le sue conseguenze di breve, di medio e di lungo periodo sia una cosa grave. Quindi credo che si tratti di un’occasione persa che Rugge avrebbe potuto cogliere. Ma penso anche che non dipenda solo da lui. Ma anche dal suo/nostro ateneo. Che non gli ha chiesto un gesto di dignità potente bensì una forma di sottomissione per vedere l’effetto che fa.

Non so se questo mi pone nella schiera degli “stoici” o degli “aventiniani” o degli “antagonisti” del rettore (nel nostro dibattito ci sono queste parole e le riprendo, perché sono interessanti). Ma so che partecipo ad un circolo che si richiama con intenzione alla figura di Giorgio Errera, che non è una bandiera banale da portare come simbolo di coesione nei nostri dibattiti.

Dubito per esempio che Errera avrebbe preso atto che una legge è’ legge ed è inutile perdersi in chiacchiere sulla politica di governo del paese. Faccio parte di un circolo culturale che si pone problemi di analisi critica della politica accademica nazionale e locale, che cerca di diffondere informazione e costruire partecipazione politica sulle questioni più importanti, complesse e spinose. Pertanto non mi aspetto che le rimuova come “cosa fatta capo ha”, “così fan tutti”, “questo è quello che passa il convento”. Ne’ credo che le idee correnti di pragmatismo, realismo politico, urgenza dovrebbero trovare un humus fertile qui tra noi. Le occasioni per esercitare queste attitudini mi sembrano già sovrabbondanti.

Forse abbiamo bisogno anche di questa circostanza per accorgerci del declino della ricerca, delle difficoltà in cui ci troviamo, della finzione scenica delle magnifiche sorti progressive. Del bisogno di riconoscerci in queste acque e di cercare disperatamente un altro modo di interagire tra di noi nuovo, adatto alle circostanze reali. Come naufraghi, possiamo fingere di essere ancora nella sala da ballo della crociera oppure trovare un modello di sopravvivenza che tiene vivi i valori fondamentali del mestiere. E magari tornare a farsi qualche domanda in più sulla ricerca libera e la didattica formativa.

Il post-Expo riesce a dividerci. Forse ci riunirà il post-post Expo.

Cristina Barbieri

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